Circolo Culturale CABANA
Rovereto (TN) - Via Campagnole, 22
Mai più
Perchè non succeda mai più.

Il 21 luglio 2009, Stefano Cabana Frapporti gira per la città con la sua bici. Sta per recarsi a cena da amici...
Ma quella sera alle 18.50, in via Campagnole, la sua strada si incrocia con quella di due carabinieri, Lanzalotto e Incandela della vicina caserma.
Quella sera, in una cella del carcere di via Prati, Stefano è morto.
Su cosa sia successo nel frattempo ognuno si è fatto una sua idea.
Molti di noi pensano che se non si fosse trovato da solo in balia di due carabinieri particolarmente aggressivi, come alcuni testimoni hanno riferito, Stefano sarebbe ancora vivo.
Perchè così non si muoia mai più abbiamo deciso di aprire un circolo in cui ritrovarci per discutere di carcere, di violenza poliziesca, di solidarietà, di amicizia. Il caso ha voluto che trovassimo disponibile uno spazio proprio in via Campagnole a pochi metri da dove è cominciata la tragica vicenda di Stefano.
Fosse già esistito all'epoca il circolo, Stefano sarebbe probabilmente ancora vivo.
Questo ci ha detto che perchè così non si muoia mai più bisogna “esserci”: vivere la città, conoscere i suoi abitanti, i nostri problemi, le nostre paure, parlarsi.
Perchè così non si muoia mai più vogliamo imparare ad ascoltare per capire come intervenire quando si ripresentano situazioni come quella che ha vissuto Stefano.
Abbiamo pensato quindi di raccogliere le testimonianze anche anonime di abusi da parte delle forze dell'ordine nei confronti di tutti gli “Stefano” che girano per Rovereto all'indirizzo via Cabana (ex via campagnole), 22.
Queste informazioni ci serviranno in quanto dal 21 settembre sarà attivo un numero di telefono per le emergenze abusi delle forze dell'ordine in città.
Se riuscissimo ad evitare anche un solo caso di abuso, ne sarà valsa la pena.

Anche Stefano, probabilmente, la penserebbe così.



Un fatto poco normale
 
L’assemblea dei familiari, amici e solidali di Stefano Frapporti

Da otto mesi a Rovereto (Trento) sta accadendo. Persone diverse tra loro – per idee, per esperienze, per percorsi di vita – s’incontrano ogni settimana, accomunati da qualcosa di semplice e apparentemente poco normale. Una volontà, un sentimento, un impegno che stanno tutti in queste parole: “Non si può morire così”.
In fondo la morte di Stefano Frapporti, ucciso da un arresto il 21 luglio 2009, a Rovereto, avrebbe potuto cadere nel silenzio e nell’indifferenza generali, come un tragico lutto privato. Purtroppo le ingiustizie, i soprusi, le sopraffazioni sono fatti normali, tremendamente normali. E normale è rassegnarsi. “Cosa posso farci io?”, ci si chiede, e in questa domanda spesso la coscienza, sola di fronte alla normalità del mondo così com’è, rinuncia a se stessa.
Invece, a partire dal 3 agosto scorso, familiari, amici e solidali di Stefano s’incontrano con tenacia e anche con piacere. Hanno saputo fare breccia nel silenzio e nell’indifferenza, spingendo una città ad interrogarsi. Autofinanziandosi completamente, hanno organizzato volantinaggi, presìdi, cortei, banchetti, mercatini, concerti, conferenze, fiaccolate, rappresentazioni teatrali, blocchi del traffico. Hanno preparato striscioni da mettere ai balconi, manifesti, cartoline, magliette, spillette con un’altra frase che è un monito collettivo e un impegno personale: “Io non scordo Stefano Frapporti”. Ma soprattutto hanno discusso con centinaia di persone e tenuto aperto, a chiunque voglia condividerlo, uno spazio di confronto settimanale.
Per molti lo slancio è venuto e viene dall’affetto e dal rapporto diretto, intimo con Stefano. Per altri Stefano era uno sconosciuto – uno sconosciuto per cui battersi. Ed è proprio questo incontro, forse, che ha aperto una nuova consapevolezza e una diversa comunanza: la morte di Stefano è un problema di tutti. E allora gli interrogativi, le discussioni ci hanno portato a riflettere e a far riflettere sul carcere, sulla violenza poliziesca, sulla discriminazione dei diversi e dei più deboli, sulle leggi che, in nome della sicurezza, soffocano sempre di più le nostre libertà.

Sono proprio questa consapevolezza e questa comunanza che ci permettono di tener duro e stringere nuovi rapporti.
Quando abbiamo visto le immagini di Stefano Cucchi, il suo corpo martoriato e tumefatto, non si è trattato per noi di una notizia raccapricciante al pari di tante altre. Abbiamo sentito più vivo il doloro dei suoi familiari e dei suoi amici, e più forte la rabbia contro una simile violenza vigliacca e protetta.
E allora Aldo Bianzino, Riccardo Rasman, Marcello Lonzi, Federico Aldrovandi, Manuel Eliantonio, Sorin Calin e tutti gli altri che hanno subìto la violenza delle forze dell’ordine e la sopraffazione delle istituzioni hanno smesso di essere solo dei nomi.
Per questo, il 16 gennaio scorso, siamo andati in pullman alla manifestazione nazionale contro gli omicidi di Stato organizzata a Livorno da Maria Ciuffi, madre di Marcello Lonzi.
Per questo, dopo averla messa in scena due volte a Rovereto di fronte a una sala gremita, abbiamo portato e porteremo la rappresentazione teatrale “Come è morto Stefano Frapporti?” in diverse altre città: Trento, Bologna, Marghera, Roma, Verona...
Non passa mese senza che giungano nuove notizie di pestaggi in caserma o in questura. Non passa mese senza che giungano nuove notizie di archiviazione di queste violenze.
“Cosa credete di ottenere?”, ci ha chiesto più di una persona. Già, cosa crediamo. Come ha scritto Fabio alla fine della narrazione teatrale, abbiamo smesso di credere e allo stesso tempo crediamo. Abbiamo smesso di credere alle verità ufficiali e crediamo ostinatamente, contro ogni evidenza, in una società giusta.
Insomma, siamo diventati poco normali. Perché è normale, vergognosamente normale, il ripetersi dell’orrore. Come è normale, vergognosamente normale, che lo Stato assolva sempre se stesso. Il procuratore De Angelis, titolare dell’inchiesta sulla morte di Stefano Frapporti, ha chiesto e ottenuto l’archiviazione del caso. Lacune, contraddizioni, menzogne: per il pm è tutto regolare. Di più. Secondo il magistrato, sono i familiari di Stefano che, attraverso i loro avvocati, avrebbero fatto delle illazioni “al limite della calunnia”. Proprio così. A ciascuno il suo ruolo, sembra suggerire il dottor De Angelis. E il ruolo dei familiari dovrebbe essere uno solo: piangere in silenzio. A tutti gli altri invece è concesso di rassegnarsi.
E invece questo non sta accadendo, questo non accadrà. Perché una coscienza risvegliata non si addormenta più... Perché in questo “bel paese” si archivia tutto, persino il corpo massacrato di Stefano Cucchi.
L’archiviazione del “caso Frapporti” non ha fermato la nostra mobilitazione. Anzi. Come risposta immediata alla vergognosa decisione del tribunale, abbiamo bloccato il traffico a singhiozzo per due pomeriggi, con striscioni e volantini. Così come siamo andati a ringraziare i politici roveretani, in occasione di un consiglio comunale, per il loro silenzio in tutta questa vicenda.
Siamo ancora qualche centinaio a scendere in piazza ogni ventuno del mese, a riaffermare “Io non scordo Stefano Frapporti” e “Io non archivio”.
Non solo non molliamo, ma da tempo riflettiamo su come dare al ricordo di Stefano una prospettiva più ampia.
Ora il passo che vorremmo compiere è quello di rendere concreto uno slogan che ripetiamo fin dall’inizio, che ripetono tanti altri familiari, amici e solidali in altre parti d’Italia e non solo: “Così non si deve morire mai più”. Ciò a cui pensiamo è una rete di autodifesa contro le violenze e gli abusi polizieschi. Nella pratica, un numero di telefono da contattare in caso di necessità, per non essere soli in certe situazioni o anche soltanto per avere quelle informazioni legali minime per sapere cosa fare in caso di fermo, perquisizione, arresto. Non un semplice contatto telefonico a cui affidarsi, ma una rete di persone disposte a mobilitarsi, a ritrovarsi in strada o sotto una caserma. In una realtà piccola come Rovereto, una rete di solidarietà di questo tipo farebbe senz’altro sentire le forze dell’ordine più “osservate” e quindi tutti noi un po’ più sicuri.
A breve presenteremo pubblicamente questa iniziativa durante una conferenza nella quale l’avvocato della famiglia Frapporti spiegherà nei dettagli l’intera vicenda dell’inchiesta e dell’archiviazione.

Anche questo impegno sarà un modo per ricordare Stefano, Marcello, Aldo, Riccardo, Federico, Manuel, Giovanni, Sorin e... tutti gli altri che a casa non sono più tornati.
Qui non si archivia niente.
Noi continuiamo.

Rovereto, 13 aprile 2010

Non si può morire così
parenti, amici e solidali di Stefano
nonsipuomorirecosi@gmail.com


Io non scordo Stefano Frapporti

 
Io non scordo Stefano Frapporti. Così come non scordo Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi. Potrebbero essere i miei figli, i nostri figli. Quello che mi stupisce è talvolta l’indifferenza o la scarsa memoria che si provano per casi come questi. Ragazzi magari un po’ fragili in questa società sempre più fredda, distante, preoccupata solo del proprio benessere e mai con l’occhio rivolto alle persone più bisognose. Le forze di polizia che dovrebbero, quando hanno in custodia cittadini, assicurare la loro sicurezza e tutelare i loro diritti, molte volte si trasformano in carnefici.
E’ successo palesemente e con tanto di prove per le morti di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi e solo grazie alla determinazione ed al coraggio dei genitori, familiari e amici si è giunti alla verità anche se non ancora ad una doverosa giustizia. Li vedo i volti di questi ragazzi e penso allo strazio delle famiglie, tuo figlio viene fermato, picchiato, non ti è possibile vederlo e poi ti dicono che è morto, trovando delle fragili giustificazioni che si sfaldano davanti all’evidenza delle tumefazioni, delle botte, della mancanza di soccorso. E’ atroce ed è ancora più atroce che queste cose capitino sempre a chi ha commesso piccoli reati; si è mai sentito di qualche boss della mafia picchiato a sangue? O di imputati eccellenti che hanno rubato fior di milioni, che hanno legami con la criminalità organizzata, che hanno corrotto, imbrogliato, eliminato qualche avversario, ce n’è qualcuno che ha avuto anche solo qualche graffio? No, questi signori siedono più facilmente in Parlamento e quindi non devono temere alcunché. E’ la gente comune, quella magari un po’ diversa, che vive al di fuori degli schemi, quella è la gente della quale approfittano questi “tutori” della legge, forti del loro potere e della loro divisa, pensando di uscirne sempre impuniti.
Io penso che se Stefano Frapporti avesse potuto telefonare alla famiglia, sentire la voce amica della sorella o dei fratelli che lo rassicuravano, che gli dicevano che sarebbero arrivati subito non sarebbe precipitato nell’angoscia che lo ha portato a compiere quel gesto estremo. A volte basta poco, una telefonata, un avvocato, rispondere a dei diritti sacrosanti anche perché non ci si trova davanti a criminali, un minimo di attenzione, di sensibilità soprattutto per chi è incensurato come lo era Stefano Frapporti. Stupisce che in una cittadina come Rovereto possano accadere cose simili e stupisce il fatto che l’intera città non abbia provato il bisogno di manifestare il suo sdegno e la sua solidarietà, ma forse anche questi sono valori dimenticati. Speriamo, anche se ci credo poco, che queste giovani vite spezzate abbiano giustizia: è quello che chiediamo e continueremo a chiedere, partecipiamo in tanti alla fiaccolata di stasera e dimostriamo che questa città non è indifferente o occupata a fare altro, ma è vicina alla famiglia di Stefano.
Nives Merighi

Il Trentino, 06/12/2009


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